I Guerrieri di Riace sono due statue in bronzo realizzate verso la metà del V sec. a.C.

Con una convenzione archeologica, le due statue si chiamano A e B, oppure, in modo più informale, il “giovane” (Statua A) e il “vecchio” (Statua B). Scientificamente, andrebbero chiamati Polinice (Statua A) ed Eteocle (Statua B).

Tante sono state le ipotesi, più o meno scientifiche, sull’identità dei due bronzi. La lettura degli attributi presenti sulle statue rende, però, certo che si tratti di due guerrieri. Di più, la presenza di una cuffia di pelle sulla testa del Bronzo B fa capire che il personaggio rappresentato sia stato un re o un generale.

Si tratta di due personaggi del “ciclo tebano”, figli di Edipo e Giocasta, che, per ottenere il potere supremo a Tebe, si affrontarono in duello e si uccisero reciprocamente. La loro morte è narrata in alcune opere antiche, tra cui “I Sette a Tebe” di Eschilo e la “Tebaide” del poeta latino Papinio Stazio.

L’analisi delle terre di fusione rimaste dentro le due statue dimostra che esse sono state ad Argo, nel Peloponneso, in Grecia.

Le due statue sono state realizzate con un sistema complicato, denominato “fusione a cera persa diretta”.

Il Maestro plasmava direttamente nella creta la statua che voleva fondere, senza una copia di sicurezza in caso di sbagli o di cattiva fusione, per una maggiore precisione.Dopo aver progettato il sistema con cui fondere le parti, iniziava il lavoro di realizzazione del modello in cera. Per fare ciò, il Maestro realizzava in terra di fusione un simulacro della parte della statua da fondere, senza badare ai particolari minuti, perché al di sopra egli avrebbe steso uno strato di cera che sarebbe stato oggetto di tutte le sue cure e le sue attenzioni. Lo stesso strato di cera doveva essere sottile al punto giusto, in modo da non risultare troppo spesso ma nemmeno troppo sottile.
Quando si riteneva soddisfatto del risultato, passava alla fase successiva: l’anima in creta e la cera sottilissima che era stata stesa e modellata con cura venivano coperte con un altro strato di argilla. Durante questa fase, il Maestro doveva individuare con esperienza i punti di scolo della cera, realizzando una specie di scheletro esterno, che doveva permettere alla cera fusa di uscire e, in seguito, al bronzo di entrare al suo posto Le maestranze, invece, dovevano utilizzare moltissimi chiodi distanziatori, che avrebbero permesso all’intercapedine formatasi con lo scioglimento della cera di non collassare e appiattirsi sul modello in terra di fusione.
Alla fine del rivestimento, con grande accortezza si doveva fare sciogliere la cera e farla colare attraverso la rete di appositi canali. Finita l’operazione, occorreva lasciare raffreddare il tutto per qualche giorno, poi bisognava staccare lo strato superficiale dalla statua, che appariva come una specie di istrice, con tutte le canalette di fusione ancora visibili. Questo era il momento della conta dei danni: si dovevano trovare le imperfezioni, le bolle d’aria e tutti gli altri difetti che andavano corretti. Una volta che il Maestro aveva preso tutte le sue decisioni, toccava al resto dei lavoranti rimuovere tutti i canali di fusione e riparare con dei tasselli tutte le imperfezioni riscontrate. Ciascuna statua, solitamente, era fusa in due o tre parti, e la testa era oggetto di cure particolarissime. Dopo la pulizia e rifinitura di ciascuna parte, si doveva assemblare l’opera, aggiungere i particolari e lucidare il tutto.

Il 16 agosto del 1972, il fotografo romano Stefano Mariottini, a circa 200 m dalla costa e alla profondità di 8 m. trovò le due statue. Dopo alcune vicende, il recupero fu curato dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria, che si avvalse del Nucleo Sommozzatori dei Carabinieri di Messina.

Alcune teorie ipotizzano che i Bronzi si trovassero già in antico nella Locride, ma la terra di fusione attesta che essi fossero ad Argo, in Grecia. Le due statue, nel I sec. a.C., furono saccheggiate dai Romani e portate a Roma, dove furono viste fino al III sec. d.C. Sotto l’imperatore Costantino il Grande i Bronzi furono caricati su una nave per arricchire la nuova capitale dell’Impero: Costantinopoli. Durante il viaggio, nel porto romano di Caulonia, la nave fu travolta da una mareggiata e perse il suo carico.

Gli studi moderni hanno dimostrato che i Bronzi furono restaurati più volte in epoca imperiale romana. Soprattutto Eteocle (il Bronzo B) dovette ricevere grandi cure e attenzioni, perché il suo braccio destro si era deformato o rotto. Per restaurare la statua fu realizzato un calco del braccio danneggiato e ne fu ricavato un altro, identico ma nuovo, che è stato saldato al tronco.
Da Roma vengono i confronti nei sarcofagi e in altre categorie di materiali archeologici, e a Roma li videro Papinio Stazio nel I secolo e il filosofo cristiano Taziano l’Assiro, nel secolo seguente.

BRONZI DI RIACE