Autore: Daniele Castrizio
Localizzazione: Argos Bronzo A: Polinice (Pitagora Reggino, 450 a.C. ca.) Bronzo B: Eteocle (Pitagora Reggino, 450 a.C. ca.)
Secondo Daniele Castrizio la corretta identificazione dei personaggi raffigurati nei due Bronzi di Riace ha origine e fondamento dalla lettura e dall’interpretazione di tutti i segni presenti sulle statue, dall’eliminazione di tutti gli elementi proposti che non abbiano prove materiali a sostegno e dalle ricerche nelle fonti antiche degli attributi iconografici proposti.
Come vedremo, i segni presenti sulle statue autorizzano a ipotizzare per ciascuna tre elementi venuti meno nel corso delle vicende dei due Bronzi. Nel Bronzo A si dovrà integrare un elmo corinzio portato rialzato sulla fronte, una lancia e uno scudo oplitico. Nel Bronzo B, invece, una korinthie kynê (costituita da una cuffia, chiamata in greco kynê, e da un elmo di tipo corinzio), una lancia e uno scudo oplitico.
Nel mondo antico si privilegiava la raffigurazione simbolica piuttosto che quella naturalistica. Nessun guerriero è mai andato in battaglia nudo e senza corazza, ma nei Bronzi lo scultore ha dovuto realizzare due eroi, che ricevevano un culto religioso, e che, perciò, erano mostrati nudi. Il resto degli elementi serve, iconograficamente, a definirli: il Bronzo A è un guerriero, come mostrano l’elmo, lo scudo e la lancia; il Bronzo B è un guerriero, per l’elmo, la lancia e lo scudo, ma era dotato di autorità militare, come dimostra la kynê, che era il segno caratteristico del comandante e del re.

I segni dell’elmo corinzio nel Bronzo A

La sicura presenza di un elmo di tipo corinzio sulla testa del Bronzo A è provata da tracce ancora perfettamente leggibili nell’opera d’arte:
• La prima consiste nei segni triangolari che si trovano su una fascia, posta all’altezza delle meningi: si tratta di due appoggi che corrispondono perfettamente all’incavo che esisteva tra le paragnatidi (le protezioni per le guance) e il paranuca dell’elmo corinzio, e servivano per fissare il casco sulla testa della statua.

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Sx: Segno dell’appoggio per l’elmo sopra l’orecchio di Polinice. Centro: Elmo corinzio in bronzo della metà del V sec. a.C. Dx: Ricostruzione della testa di Polinice.

• La seconda evidenza è costituita da una superficie piana posta all’altezza della nuca del Bronzo A, che si adatta perfettamente al paranuca dell’elmo corinzio. Non è irrilevante notare che solo gli elmi della metà del V secolo a.C. si dimostrano perfettamente compatibili.

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Segni dell’appoggio dell’elmo sopra le orecchie e sulla nuca di Polinice

• In terzo luogo, occorre osservare un innaturale rigonfiamento della capigliatura, la cui sola giustificazione è quella di essere utile per fornire appoggio all’elmo.

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Deformazione della capigliatura di Polinice per rendere la testa più aderente all’elmo

• Il quarto elemento è dato dalla barra di sostegno che doveva garantire la stabilità dell’elmo, posta sulla parte sommatale del capo. Il perno originario, come si vede dai segni rimasti, deve essersi rotto in antico, venendo sostituito con un altro, più robusto. L’originaria barra venne segata e martellata fino a renderla non più visibile.

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Traccia, ribattuta, del primo perno per sostenere l’elmo e foro del secondo perno

L’elmo corinzio, così restituito, veniva indossato dalla statua in modo innaturale, rialzato sulla fronte. Giova ricordare, a questo proposito, che si tratta di un espediente iconografico per permettere di vedere il volto dell’eroe, altrimenti celato dall’elmo stesso. Nessun guerriero greco ha mai portato l’elmo in questa posizione, per la semplice considerazione che sarebbe caduto immediatamente. I segni della korinthie kynê sul Bronzo B
Circa la presenza di un elmo corinzio sulla testa del Bronzo B non c’è mai stato dubbio, dal momento che la calotta cranica della statua pare deformata per permettere di mantenere stabile un elmo senza l’ausilio di un perno (esperienza forse maturata dal Maestro dei Bronzi sulla Statua A, che aveva un sistema molto complicato per tenerlo stabile) e di altri appoggi. Se la statua B era privata della preziosa elaborazione dei riccioli dei capelli, si trovava però impreziosita da un particolare abbastanza raro sulle statue: una cuffia con paraorecchie, sottogola e paranuca a ricciolo. Di tale presenza si riscontrano, inequivocabili, i segni sul bronzo:
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• sulla fronte si nota un triangolo di rame, che rappresenta la parte frontale della cuffia, mentre, all’altezza dei buchi per gli occhi dell’elmo corinzio, un rettangolo di rame ribattuto con puntini (segno iconografico che identifica la pelle conciata) segnalava all’osservatore che la cuffia ricoprisse l’intera testa;

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Testa di Eteocle

• andando alla visione laterale, i segni sono ancora più numerosi. Basta guardare la realizzazione della parte superiore delle orecchie, che appare appena abbozzata, con un foro che indica l’applicazione di un elemento aggiunto, e la traccia evidente del cordino del sottogola, che segna profondamente la barba su entrambe le guance. Questi due elementi certificano la presenza di paraorecchie e sottogola nella nostra cuffia;

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Tracce della cuffia sulla testa di Eteocle

• dirimenti per l’intera questione sono le tre alette che si vedono sporgere innaturalmente all’altezza della nuca nella visione posteriore. Se l’aletta di destra si è rotta, le rimanenti due testimoniano un elemento sottile, una sorta di paranuca di cuoio o pelle conciata, posto ben al disotto dell’appoggio per la parte posteriore dell’elmo.

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Tracce dell’attacco del paranuca a ricciolo sulla testa di Eteocle

La kynê: il segno dello stratego e del re
La soluzione del rebus costituito dal paranuca a ricciolo si trova incrociando fonti numismatiche, archeologiche e letterarie:
• le monete ci danno l’esatta ricostruzione del paranuca a ricciolo, associato alla testa di Atena, di Marte o di strateghi (comandanti militari), quale il Timoleonte di Siracusa;

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Hemilitrion in bronzo della zecca di Siracusa con testa di Timoleonte eroizzato (336 a.C.)

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Particolare con testa di Ettore da un vaso del Pittore di Boston (V sec. a C.)

• molti esempi di tale paranuca inserito in una cuffia con paraorecchie e sottogola sono presenti sui vasi a figure rosse, come nel caso dell’Ettore ritratto dal “Pittore di Boston”;

• anche se più difficile da riconoscere, perché il marmo rendeva complicata, se non impossibile, la realizzazione di tale elemento, molto fragile, la cuffia si trova, spesso con i paraorecchie ripiegati, in molte statue di eroi e di divinità, quali Atena e Marte;
• per comprendere la funzione di tale cuffia sono d’aiuto le fonti letterarie: in esse si trova menzione della korinthie kynê (la “kynê corinzia), che, con ogni evidenza, era una cuffia di pelle conciata associata a un elmo corinzio. La sua funzione, testimoniata esplicitamente in molti passi, era quella di identificare il comandante militare e il re. La kynê, con il suo paranuca a ricciolo posto nella parte posteriore delle testa, permetteva agli opliti, schierati alle spalle del comandante, di avere un segno riconoscibile, che fosse, però, quasi impercettibile per i nemici.
La presenza della kynê sulla testa del Bronzo B permette di riconoscere in lui un comandante militare, un re o un tiranno, scartando tutte le ipotesi di atleti che si trovano nella letteratura sui Bronzi.

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Ricostruzione della testa di Eteocle

I segni degli scudi
I segni lasciati dagli scudi oplitici sono molto evidenti, e testimoniano con chiarezza la presenza di armi da difesa molto grandi, quali quelle dei guerrieri, scartando tutte le ipotesi relative ad armi non funzionali o a scudi da peltasti o armati alla leggera.

I segni delle lance
Dall’osservazione e lo studio dei segni rimasti, i due Bronzi di Riace non impugnavano le lance nel medesimo modo:
• il Bronzo A reggeva la sua lancia, che dobbiamo immaginare a due punte, tipica degli opliti, tra il pollice, l’indice e il medio della mano destra. Per aiutare il fissaggio e la stabilità dell’arma, il Maestro del Bronzo A ha inserito un chiodo nel dito della statua. Il modo di impugnare la lancia, utile per tenerla ferma per lunghi periodi senza stancare il braccio e senza rovinare una punta se l’arma avesse toccato terra, ha causato un altro segno sulla parte alta del braccio, là dove l’arma si appoggiava al corpo della statua.

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I segni della lancia nella mano di Polinice

• Il Bronzo B stringeva la lancia all’interno della mano destra. Notiamo come, in antico, la lancia, dopo essersi rotta accidentalmente, fosse stata restaurata, saldando i due tronconi mediante l’inserimento di stagno fuso all’interno del cavo della mano.

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I segni della lancia nella mano di Eteocle

I “Fratricidi” di Pitagora di Reggio
L’unico confronto reperibile per le due statue da Riace si ritrova in una scena con cinque personaggi raffigurata su reperti archeologici di varia natura, ma che rimanda a una versione del mito del duello finale fratricida tra Eteocle e Polinice, che dobbiamo al grande poeta Stesicoro di Metauro, in cui Giocasta tenta di dividere i due figli nel momento in cui essi si affrontano. L’origine magnogreca della storia è dimostrata dalle differenze significative rispetto alle altre versioni fornite dalla tragedia attica:
• nei “Sette contro Tebe”, opera di Eschilo rappresentata ad Atene la prima volta nel 467 a.C., i due fratelli Eteocle e Polinice si uccidono tra loro senza che la madre Giocasta intervenga nel disperato tentativo di dividerli;
• nella tragedia “Edipo tiranno” di Sofocle, rappresentata tra il 430 e il 420 a.C., Giocasta si era già suicidata quando aveva compreso di aver sposato il figlio, anni prima del duello fratricida.

La scena (individuabile su un apprezzabile numero di sarcofagi attici, formelle in terracotta e urne cinerarie) mostra tutti i personaggi presenti alla scena: i due guerrieri si fronteggiano, mentre la vecchia madre, che ha scoperto i seni per ricordare a entrambi di essere fratelli e di avere succhiato il medesimo latte materno, tenta di frapporsi; alle spalle di Polinice si vede sua sorella Antigone; accanto a Eteocle si riconosce il vecchio Creonte, fratello di Giocasta e zio dei due uomini.

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Particolare di sarcofago attico (II sec. d.C.); disegno di urna cineraria (II sec. d.C.); disegno di matrice in terracotta da Ostia (I-II sec. d.C.)

 

Sergej Tikhonov. Ricostruzione del gruppo statuario “I Fratricidi” di Pitagora di Rhegion

Sergej Tikhonov. Ricostruzione del gruppo statuario “I Fratricidi” di Pitagora di Rhegion

 

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Un simile episodio si differenzia in modo sostanziale da tutte le altre rappresentazioni del duello fratricida, che mostrano Eteocle e Polinice nell’atto di colpirsi reciprocamente o li raffigurano mentre spirano, distesi uno di fronte all’altro.
Gli studiosi hanno messo in relazione tale scena con un gruppo statuario celebre fino alla tarda antichità, di cui ci dà notizia il polemista cristiano Taziano l’Assiro, vissuto nel II secolo d.C. Lo scrittore, nella sua opera Oratio ad Graecos, (34, p. 35, 24 ss. Schw. = Overb. 501), composta dopo il 165 d.C. a Roma, dove Taziano viveva quale discepolo di San Giustino e membro della locale comunità cristiana, scrive: “Come non è difficile (credere) che teniate in onore il fratricidio, voi che, vedendo le figure di Polinice e di Eteocle, non le ponete in una fossa insieme al loro autore Pitagora, cancellando il ricordo di tale delitto!”.
Osservando i personaggi presenti nella scena, si nota come i due fratelli Eteocle e Polinice siano molto simili ai due Bronzi di Riace: la medesima posa sembra quasi un gioco di specchi che mostra i due fratelli simmetrici, ricordando la loro comune origine. Quasi sempre è presente anche la smorfia digrignante di Polinice, che ricalca quella della Statua A.
Un’altra importante testimonianza del gruppo statuario dei Fratricidi di Pitagora reggino la ritroviamo nel poema epico chiamato “Tebaide”, opera di Publio Papinio Stazio edita nel 92 d.C. durante il governo dell’imperatore Domiziano. In essa, il poeta, dovendo descrivere la scena del duello tra i due fratelli, conoscendo bene il gruppo dei “Fratricidi” che si trovava esposto a Roma, forse sul Palatino nella dimora dell’Imperatore, fece ricorso alle statue note a tutti, utilizzandole come un “fermo immagine” di una tragedia rappresentata a teatro. Per raggiungere il suo scopo, a Stazio bastava immaginare i discorsi e fare muovere i suoi personaggi, fino al momento culminante raffigurato nel gruppo statuario. Ecco, quindi, che, all’approssimarsi del duello tra Eteocle e Polinice, la loro madre Giocasta, nell’intento di dividerli si presenta in scena. Essa viene così descritta dal poeta (XI, 315-320): “Ma appena le genitrice ebbe, fuori di sé, con terrore la notizia della sorte funesta, e non tardò a credervi, andava scompigliata nei capelli e nel volto, e nuda nel petto coperto di graffi, immemore di essere una donna e della sua dignità: quale la madre di Penteo saliva verso la cima del monte dell’insania, per recare al crudele Lieo la testa promessa”. La descrizione di Giocasta, come è evidente, ricalca quella della statua del gruppo di Pitagora Reggino. La nostra intuizione trova conforto anche in altri particolari del testo poetico, ma, soprattutto, viene confermata ai versi 396-399 del medesimo libro XI: “Così guardando in modo ostile il fratello; infatti brucia nel profondo del cuore per gli innumerevoli compagni, per l’elmo regale, per il cavallo coperto di porpora e per lo scudo che manda bagliori per il fulvo metallo…”. Richiamiamo l’attenzione su due particolari altrimenti non spiegabili, se non facendo ricorso al gruppo statuario dei “Fratricidi”: l’espressione ostile del volto, che è quello del Bronzo A (che mostra, minaccioso, i denti), e l’elmo del re, che non è attestato nell’uso romano, e che richiama in modo decisivo la kynê del Bronzo B. Essa rappresenta e materializza quel potere regale per ottenere il quale i due fratelli arrivarono alla guerra e non esitarono a uccidersi reciprocamente.

I viaggi in antico dei Bronzi di Riace
L’ultima questione relativa ai Bronzi è il loro rinvenimento a Porto Forticchio, nel Comune di Riace. Per risolvere questo enigma, occorrerà ripercorrere, sia pure velocemente, le tappe del gruppo statuario di Pitagora Reggino:
• la terra di fusione rinvenuta all’interno delle statue attesta che le opere furono realizzate ad Argos, nel Peloponneso, dove Eteocle e Polinice venivano venerati come eroi;
• durante la guerra contro Mitridate, re del Ponto, e poi ancora nel corso della guerra civile tra Mario e Silla, entrambe nella prima metà del I sec. a.C., Argos venne saccheggiata dai Romani, che portarono a Roma le opere d’arte più significative;
• durante l’età di Augusto, lo scrittore Pausania il Periegeta non vide ad Argos il gruppo dei “Fratricidi”, che era evidentemente già a Roma;
• nel 92 d.C. il poeta Stazio vide il gruppo a Roma e lo descrisse in modo puntuale nella “Tebaide”;
• nella prima metà del II sec. d.C., il bronzo B venne sottoposto a un importante lavoro di restauro, che consistette anche del ripristino del braccio destro, previo calco dell’originale andato danneggiato, oltre che di altri aggiustamenti alle labbra;
• verso il 165 d.C. il cristiano Taziano l’Assiro vide i Bronzi ancora a Roma.
Tra il 165 e il 1972 abbiamo il silenzio assoluto delle fonti, tranne che per il particolare della grossa parete di pithos tardoantica ancora posta tra la mano destra e la coscia del Bronzo A, che permette di ipotizzare un ultimo viaggio dei Bronzi, da Roma verso Costantinopoli, quando Costantino il grande, agli inizi del IV sec. d.C., trasferì nella nuova capitale dell’impero l’intera collezione imperiale di opere d’arte che si trovava a Roma, come testimonia il libro II dell’Antologia Palatina, dedicato alle statue del ginnasio di Zeuxippos, dove forse anche i Bronzi sarebbero stati esposti. Fu in questa occasione che la nave oneraria che li trasportava, fermatasi nel Porto di Kaulonia, oggi Porto Forticchio, venne investita da una mareggiata e andò a sbattere sulla diga foranea, disperdendo il suo carico.

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La rotta della nave dei Bronzi da Roma a Costantinopoli (inizi IV sec. d.C.); il porto romano di Caulonia presso l’odierna Riace Marina

 

Bibliografia:
D. Castrizio, La KORINQIH KUNH nelle emissioni monetali e nella statuaria di età classica, in Quaderni Ticinesi di Numismatica e antichità classiche XXVII, 1998, 83-104.
D. Castrizio, I Bronzi di Riace. Ipotesi ricostruttiva, Reggio Cal. 2000.
D. Castrizio, Segni di comando militare sugli elmi nelle monete greche di epoca classica ed ellenistica, in L’immaginario e il potere nell’iconografia monetale, Dossier di lavoro del seminario di studi, Milano 11 marzo 2004 (a cura di L. Travaini e A. Bolis), Milano 2004, pp. 41-54.
D. Castrizio, L’elmo quale insegna del potere, LIN 3, Reggio Calabria 2007.
D. Castrizio, Guida alla statuaria reggina. Nuove ipotesi e interpretazioni, Reggio Calabria 2011.

BRONZI DI RIACE