Autore: Paolo Moreno
Collacazione: Argos
Bronzo A: Tideo, (Hageladas, 450 a.C.)
Bronzo B:
Amfiarao, (Alkamenes, 440 a.C.)

Una recente ipotesi sui due Bronzi di Riace si deve a una ricerca effettuata da Paolo Moreno, che, in uno studio monografico, tenendo conto di tutte le attribuzioni e le interpretazioni precedenti, è riuscito a focalizzare un certo numero di dati certi. In primo luogo, il Moreno ha attaccato con decisione le attribuzioni precedenti, scartando per il Bronzo A, a causa della sua evidente carica ostile, la possibilità di vedervi un atleta o uno dei benevoli protettori delle tribù dell’Attica o un eroe eponimo, come Aiace di Salamina, che dava nome all’Aiantide. Proseguendo nel suo ragionamento, il volto ricco di pathos e di tensione ideale del Bronzo B non gli sembra adattarsi con i tentativi di riconoscervi un personaggio storico. I confronti sembrano dare piena ragione all’ipotesi dello studioso, come attesta il volto del ritratto di Temistocle, che si vede ancorato alla reale, o supposta, fisionomia dello statista. Contrariamente a una parte del mondo scientifico, il Moreno ritiene che le due statue debbano appartenere a un unico gruppo statuario. Le motivazioni di questa ipotesi si dimostrano convincenti e motivate, soprattutto perché sembrano andare oltre il celebrato, ma opinabile, “occhio dell’esperto”, affinato nel cogliere impercettibili differenze stilistiche, e si ancorano, invece, sul terreno più stabile delle considerazioni tecnico-scientifiche. Scartato il principio di autorità, cui troppo spesso si è fatto ricorso nella storia degli studi sui Bronzi da Riace, l’ipotesi del gruppo statuario unitario si basa, in primo luogo, sui risultati dell’intervento dell’Istituto Centrale del Restauro, tra il 1992 e il 1995, che aveva come obiettivo quello di rimuovere, con l’ausilio di strumenti di microchirurgia appositamente modificati, la terra di fusione dall’interno dei bronzi, per evitare la corrosione del metallo che essa apportava.

Dopo la pubblicazione dei dati emersi, si può affermare che le analisi hanno dimostrato che per l’esecuzione delle statue, tutte e due, è stato utilizzato il sistema “diretto”, che prevedeva che la cera fosse posta in sfoglie di crini e di cera sopra il positivo di terra, che era stata precedentemente cotta, intorno ad uno scheletro di ferro. I realizzatori delle statue da Riace, quindi, non hanno utilizzato il sistema “indiretto”, che garantiva l’Artista in caso di cattiva riuscita della fu­sione, mediante l’uso di copie delle matrici riutilizzabili. Il sistema adottato si dimostrava molto più rischioso, e prevedeva una sicurezza dei mezzi utilizzati di cui abbiamo traccia per poche opere coeve. Anche la simmetria dell’atteggiamento delle due statue è stata vista da Moreno come prova di una loro appartenenza a un gruppo unitario, in una “sfida” tra due diversi Artisti nell’eseguire il medesimo schema compositivo. Altri elementi parlano, secondo lo studioso, a favore di una ideazione unitaria, quali le proporzioni, che sono per entrambi quelle slanciate tipiche del periodo severo con i relativi stilemi relativi a quell’epoca, come le gambe lunghe e più strette al ginoc­chio, spalle allargate nel punto dell’articolazione delle braccia e la testa piccola. Con un argomento più tecnico, al Moreno il tutto sembra parlare un linguaggio artistico anteriore alle statue “quadrate” della maturità di Policleto. Ancora: le terre di fusione ritrovate all’interno delle due statue parlano con certezza di una realizzazione ad Argo del Bronzo A e forse anche del Bronzo B, anche se non si può escludere per quest’ultimo l’Attica, ma solo per un problema di mancanza di carte geologiche per i confronti. Andando contro l’ipotesi di P. Moreno, durante l’ultimo convegno a Reggio gli esperti che hanno eseguito le analisi hanno dichiarato che la terra di fusione delle due statue è stata prelevata a poche centinaia di metri l’una dall’altra, dato che ci sembra definitivo per l’idea di un gruppo statuario unico. Rimarchiamo, per parte nostra, che queste analisi hanno provato ciò che a molti studiosi era parso evidente fin dal rinvenimento delle due statue: il Bronzo A appare marcatamente “non attico”.

Le considerazioni espresse hanno portato il Moreno ad avanzare una ipotesi globale: le due statue apparterrebbero a un donario, posto ad Argos, nel Peloponneso, raffigurante “I sette a Tebe”, opera di Ageladas di Argo (Bronzo A) e di Alkamenes di Atene (Bronzo B). Pur se realizzati da due artisti diversi (uno nel 450 a.C. ca. e l’altro un decennio dopo), ugualmente il Moreno crede all’unicità della ideazione dell’intero gruppo, che inglobava anche gli altri cinque eroi della sfortunata impresa. Nell’ambito di questa interpretazione, nel Bronzo A sarebbe da identificare l’eroe Tideo, per il carattere ferox che mostra e, soprattutto, per i denti di argento che sono mostrati tra le labbra dischiuse. I denti visibili, secondo il linguaggio iconografico, farebbero riferimento all’empio morso dato, durante la battaglia sotto le mura di Tebe, al tebano Melanippo, dopo averlo già ferito a morte.

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Tideo che addenta Melanippo – frontone del Tempio A di Pyrgi (V sec. a.C.) al Museo di Villa Giulia di Roma

Nel Bronzo B, a dire di P. Moreno, sarebbe da vedere, invece, l’indovino Amfiarao, perché sempre ricordato insieme a Tideo, e, soprattutto, per la presenza della “cuffia dell’indovino” sotto l’elmo.
Le nuove attribuzioni sono dimostrate, secondo P. Moreno, da un certo numero di indizi stilistici, legati a confronti con opere molto note della storia dell’arte greca e, in particolare, con il ciclo delle metope e i due frontoni del Tempio di Zeus a Olimpia, opera, secondo il medesimo studioso, proprio di Ageladas e Alkamenes.

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Ricostruzione di Tideo e Anfiarao secondo Moreno

 

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Altra ricostruzione delle statue da Riace; ricostruzione della testa di Anfiarao

Osservazioni critiche:
Partendo dalla ricostruzione relativa al Bronzo A, dobbiamo notare come l’eroe raffigurato non possa portare un giavellotto ma una lancia; che lo scudo, così come è disegnato, appare troppo piccolo e non da oplita; la spada a tracolla è completamente inventata.
In particolare, il giavellotto è stato ipotizzato dal Moreno per la presenza di un foro all’altezza del dito indice della mano destra della statua, che, a suo avviso, faceva riferimento alla correggia di cuoio che serviva a scagliare l’akontion a distanza maggiore e con migliore precisione. Ma l’idea stessa di un giavellotto in statue di eroi opliti, per la mentalità antica, era semplicemente offensivo, dato che il mondo classico considerava le armi da lancio tipiche di personaggi non dotati del coraggio necessario a fronteggiare il nemico a viso aperto. Il giavellotto era arma di peltasti o di psiloi, mercenari stranieri o appartenenti alle classi più basse della scala sociale, non certo di eroi guerrieri. Lo scudo, che era piccolo nell’ipotesi Di Vita perché faceva riferimento a oplitodromi e non a guerrieri, doveva essere, come si vede dai segni rimasti, l’hoplon o aspis, tipico del fante oplita, nerbo degli eserciti greci di epoca classica. Il parazonion, la spada a tracolla con bandoliera, invece, è completamente di fantasia, non essendoci sulle statue traccia di questa arma.
Venendo ora al Bronzo B, dobbiamo dire che la ricostruzione della cuffia è fortemente inesatta; lo scudo è troppo piccolo; la spada a tracolla è completamente inventata, come pure la corona d’alloro sull’elmo. Il particolare della ricostruzione della cuffia è di particolare importanza per l’identificazione del personaggio rappresentato nel Bronzo B: il Moreno, infatti, è convinto che si tratti dell’indovino Amfiarao, proprio per il particolare della “cuffia dell’indovino”, che si intravede sotto l’elmo. In verità, l’unica cuffia tipica di un indovino antico era, nel mondo romano, l’apex, ma tale ipotesi ci sembra sia da scartare con grande decisione: in primo luogo l’apex, dall’inconfondibile forma peculiare, è proprio della religione romana, e non ve n’è traccia in Grecia; secondariamente, la forma dell’apex è totalmente diversa e incompatibile rispetto a ciò che si riesce a ricostruire in base ai segni nel bronzo.

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Rovescio del denario romano in argento del monetiere Numerio Fabio Pittore (126 a.C.) con Quirino che regge un apex; ricostruzione di un flamen con apex.

Rimangono altri punti deboli: i confronti con la ceramica attica non sembrano persuasivi; non risulta peraltro chiaro come due artisti non citati dalle fonti abbiano potuto realizzare il gruppo statuario ad Argo, attribuito dagli antichi ad altri scultori; l’indizio iconografico dei denti non ci sembra cogente per identificare un Tideo di cui non è stato offerto nessun confronto; non sembra molto convincente che il Bronzo B raffiguri Amfiarao solo perché è spesso nominato con Tideo, soprattutto se, come abbiamo visto, cade l’ipotesi che vedeva nella cuffia sotto l’elmo un copricapo degli indovini.
L’ultimo punto riguarda le terre di fusione, dal Moreno utilizzate per attribuire una statua a un artista argivo e l’altra a un bronzista attico. In verità, le analisi non hanno assolutamente specificato che una statua sia stata eseguita ad Argos e una ad Atene, propendendo per un’unica sede.

 

Bibliografia:
P. Moreno, I Bronzi di Riace. Il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe, Milano 1998

BRONZI DI RIACE